Pierfrancesco Pisani  presenta
ANDREA COSENTINO

 Cristiano e Giacomo duo torri
in
ANGELICA
uno spettacolo di e con Andrea Cosentino

Estratto dalla rassegna stampa

E’ ormai evidente che si sia creata una corrente, ancora non riconosciuta, di giovani artisti teatrali che sembrano voler fornire un’antitesi divertita e astratta, sconnessa e grottesca all’ormai troppo celebrato teatro di narrazione. Andrea Cosentino è uno di questi nuovi personaggi della scena, da andare a vedere, accettando di restare avviluppati da quel suo procedere apparentemente disarticolato e invece strutturato sottotraccia da spirali acutissime di riflessione mai portate troppo alla luce, giocate tutte con lucidissima ironia, spesso con decisa e esilarante comicità. E questi sono solo alcuni dei meriti di Angelica, scritto dallo stesso interprete, portato in scena con la collaborazione registica e drammaturgica di Andrea Virgilio Franceschi e Valentina Giacchetti, ripresentato a Roma in questi giorni e incluso nel prestigioso calendario de <Le vie dei festival> (…) Dunque una cavalcata, in solitaria, tutta di parole, ma con la dichiarazione esplicita di non volere e non saper costruire storie, esponendo invece un assemblaggio di immagini e microsituazioni che non arrivano mai a fare racconto. Da dove iniziare dunque? Dallo spettacolo stesso, dalle idee per crearlo, cominciando a mettere in evidenza brandelli che poi vanno avanti con esibita casualità. Un papa, visto per caso sulla sua papamobile, e qui evocato da una maschera patetica e sinistra che fuoriesce da una carrozzina, una madonna barcollante in processione, una casa in un quartiere popolare dove viene girato uno sceneggiato televisivo le cui inquadrature ci appaiono attraverso la cornice vuota di un vecchio televisore, con Angelica, l’attrice incapace, che tenta di recitare la scena del suo omicidio decine e decine di volte. Serpeggia dunque, tra i tanti temi, un interrogativo sulla morte e sulle sue immagini, citando Pasolini, una volta tanto a proposito.
Antonio Audino  Il Sole-24 Ore

Un fiume in piena, irrefrenabile, Andrea Cosentino nel suo nuovo monologo ‘Angelica’. (…) ‘Angelica’ è un assolo che non dà tregua sia all’interprete che allo spettatore, impreziosito da battute fulminanti e da un testo che pur non rinunciando al divertimento spesso si fa veicolo di più sofferte e inquietanti tematiche. Una sequenza di frammenti che ciclicamente si ripetono, una montagna di parole incanalate secondo scansioni ricorrenti che corrispondono a diverse storie che scorrono parallele e a volte si intersecano. (…) Cosentino gioca con la realtà e la finzione televisiva con un lavoro di montaggio quasi cinematografico, incarna ogni personaggio e condisce il tutto con ricordi personali, con spiazzanti fuori programma in cui trovano posto le processioni del venerdì santo a Chieti con la Madonna che oscilla pericolosamente, un vecchio Papa malandatissimo a cui lanciano bambini che si spiaccicano sui vetri della papamobile e un’arzilla e loquace vecchina che presta la propria verace casa romana per le riprese della fiction. <Un lavoro sulla morte> afferma l’interprete e chiama Pasolini a testimoniare come essa dia senso alla vita chiedendosi però, a sua volta, cosa invece dia senso alla morte stessa. Tra Barbie, scheletri di televisori, parrucche biondissime e improbabili e varia paccottiglia ‘Angelica’ diverte e fa pensare.
Nicola Viesti  Hystrio

“Io di storie non ne conosco”. Se non proprio controcorrente, Andrea Cosentino va in contro-tempo: nell’era dei narratori, a chi, sul frugale palcoscenico della sua “Angelica”, gli chiede un racconto risponde con qualche aneddoto di quartiere – un “trancio di vita” – che poi non riuscirà a concludere, ma che puntualmente riprenderà in una comica spirale. È il suo modo di ordire, passando di voce in voce, uno “spettacolo di spettacoli” che con una mano si scrive e si mette in scena, con l’altra si cancella e ricomincia da capo, ammassando una sull’altra maschere e digressioni fino a un puntiglioso, ma improbabile, scioglimento finale. Se si limitasse a questo, però, “Angelica” non farebbe che riconfermare le ben note doti performative del suo autore-attore: Andrea Cosentino è uno straordinario “imitatore di voci”. E invece, basta un altro slittamento sulla china scoscesa di uno spettacolo dove persino le pause sono ironicamente comprese nell’ambiguo respiro della finzione (recitando la parte di uno che fuma nell’intermezzo, Cosentino fuma sul serio alla faccia del pubblico inchiodato alla sedia) per intravedere il vero cuore dell’impresa. Che no, non è (solo) il racconto impossibile, perché lacerato dalle interruzioni e dai ripensamenti, ma addirittura un saggio: un breve saggio di Pier Paolo Pasolini dedicato al piano-sequenza, al montaggio e alla morte. (…) La morte che pur decide e da’ forma alla vita, la morte che nel montaggio cinematografico organizza la fluida irrappresentabilità della vita – il suo piano sequenza tendenzialmente illimitato – è, a sua volta, inenarrabile. Nessun teorema, per carità, e nemmeno una lezione teorica: solo un breve, limpido arpeggio critico. Poi il performer sposta il suo set portatile dai quartieri romani dove gli anziani arrancano con le buste della spesa, in una casa “realistico popolare” in cui, sotto gli occhi incantati di una vecchia signora, si sta girando l’ultima sequenza di una soap. E Angelica – una subrettina come si sarebbe detto negli anni sessanta - entra finalmente in scena, cioè ancora Cosentino (c’è solo lui) indossa la sua parrucca, il vestito da sposa con cui è destinata a morire, e si lancia con gaudio furioso nell’operazione più esilarante di tutto lo spettacolo: lo “smontaggio” dell’ingannevole narrazione televisiva. (…) Lo smascheramento di Cosentino si serve solo e rigorosamente degli strumenti del teatro: uno schermo sfondato in cui infila il capo, Barbie e Ken comprati ai grandi magazzini, un’automobilina, un tergicristallo, senza dimenticare se stesso, il pupazzo più duttile che ha a disposizione. Il comico, diceva Kierkegaard, nasce quando l’infinito inciampa nelle maglie del finito. E’ nella critica artigianale della commedia dell’arte che la potenza televisiva diviene infinitamente risibile. (…) L’intelligenza – di cui da sempre gli esteti diffidano – è il valore aggiunto di questo spettacolo dove un corpo vivo si moltiplica facendo il verso a delle immagini morte. Nelle agonie interminabili dei personaggi di Cosentino – da Angelica a un Giovanni Paolo II riprodotto in un tremulo e commovente burattino – il teatro torna ad essere, come diceva Orson Welles, “the faboulous invalid”. Inutile lamentarne in continuazione la morte. Sempre sul punto di morire, il favoloso invalido non muore mai.
Attilio Scarpellini  Lettera 22

Artista tra i più interessanti degli ultimi anni, nei suoi monologhi Cosentino intreccia storie che si aprono in continuazione senza mai concludersi, dando vita a una spirale metanarrativa, carica di una comicità trasversale e intelligente, perla rara in un panorama come quello odierno, in cui nella contrapposizione tra l’evasione nazional-popolare e l’impegno monolitico resta assai poco spazio a chi cerca di raccontare la contemporaneità con acume e leggerezza. (…) Se «L’Asino albino», a detta del suo autore, è uno spettacolo sul tempo che passa, «Angelica» è invece uno spettacolo sulla morte. La morte mediatica di Giovanni Paolo II, su cui Cosentino – invitato a partecipare a una manifestazione di narrazioni su Roma in cui «c’è anche Ascanio e la Curino» – pensa di lavorare, restando ancora una volta invischiato in una infinità di incipit ripetuti in italiano, gramelot, inglese maccheronico, senza incappare neppure nella possibilità di una conclusione. Ma la morte di questo papa-marionetta-bebè che si affaccia da una carrozzina, storia che si incrocia con quella del bebè lanciato dalla madre del racconto in cerca di una benedizione e con quella della personale ricerca della paternità del narratore, crea un ulteriore cortocircuito con un’altra morte. Quella, anch’essa mediatica, di Angelica, attricetta di una soap, costretta a «morire» un’infinità di volte finché la scena non riesce e il regista può dire finalmente «è morta bene».
Cosentino è un abile manovratore di maschere: i suoi personaggi-macchietta, resi con poco più che una «vocina» e una postura caricaturale, tornano di spettacolo in spettacolo – come il romano ossessionato dalle sigarette, presente anche ne «l’Asino albino», o la vecchina abruzzese due volte spettatrice della soap: in tv e a casa sua, affittata come «location» per le riprese, e per questo già sa che «lei alla fine muore». Ma dietro le maschere chi spunta è lui, il Cosentino narratore di un racconto impossibile, che ci spiega le mille associazioni spesso arbitrarie e personali che danno vita allo spettacolo, raccontandoci persino un saggio di Pasolini sul montaggio cinematografico [che, utilizzando solo le parti utili, opera sul film quello che la morte opera sulla vita dell’uomo, dandole sintesi e un senso compiuto].
Pur utilizzando un linguaggio, quello della fabulazione comica, che a ragione si inserisce nel grande filone della narrazione, in realtà il teatro di Andrea Cosentino mette in scena l’afasia della contemporaneità, l’impossibilità di raccontare in modo lineare [e con una morale lineare] le vicende che ci circondano. L’esatto contrario di ciò che accade negli spettacoli di narrazione, dove la storia si dipana seguendo un filo «moralmente» condiviso dal pubblico. In questo senso Cosentino è assai più vicino ai teatri degli anni novanta – a cui appartiene per generazione – quelli che ragionano sulla cosiddetta post-modernità; ma anziché rappresentarla con i suoi stessi linguaggi, spesso moltiplicati all’infinito in un’amplificazione che giunge a sfiorare il compiacimento, Cosentino ce ne parla usando solo i mezzi tradizionali del teatro: la voce, l’imitazione, i controluce, un utilizzo formidabile dei tempi e delle pause, che caricano l’avvitarsi della narrazione su se stessa di una comicità tagliente, che rende lo spettacolo trasversale. Il «disvelamento» allora si fa illuminante, come la scena memorabile in cui, alternando pupazzi di varie dimensioni dietro una tv senza schermo, riproduce i vari piani di inquadratura della soap, scardinando quel linguaggio filmico a cui l’occhio è assuefatto. (…) in «Angelica» l’afasia di Cosentino raggiunge una raffinatezza e [può sembrare un ossimoro] una compiutezza che riescono a sfiorare insieme corde altissime di intensità emotiva, riflessione rigorosa e travolgente comicità.
Graziano Graziani  Carta

Andrea Cosentino (…) ha avuto un processo di maturazione e di raffinazione scenica che me lo fa apparire, oggi, come uno dei più intelligenti e divertenti attori solisti in assoluto. Il suo più recente lavoro, Angelica, diretto da Andrea Virgilio Franceschi, è una brillantissima sintesi di teatro e meta-teatro, basata sulla virtuosistica capacità di Cosentino di giocare continuamente con la tecnica dello straniamento di matrice brechtiana, ma non a fini epico-didattici, ma semmai satirico-semantici; è un gioco a spiazzare il pubblico e ad auto-spiazzarsi mediante un tourbillon di parodie e un frenetico ping-pong di citazioni tutte debitamente virgolettate e commentate a latere, in modi sempre colti e pertinenti. Insomma, Cosentino si esplica come autore-performer solipsista e jongleur da un lato, mentre dall’altro lato svolge il ruolo di critico distaccato e mordace di ciò che fa e mostra in scena. In pratica, ‘paghi uno e compri due’.
A partire dal suo mettere tranquillamente e opportunamente alla berlina la moda del teatro di narrazione (…), infilandoci dentro anche uno spericolato rifacimento-caricatura di grande bravura mimetica del grammelot plurilinguistico del ‘mostro sacro’ Dario Fo; e arrivando, poi, a svisare sul suo personaggio prediletto della vecchina abruzzese che chiacchiera senza requie in dialetto, per un altro sbertucciamento della voga del ritorno alle radici e al teatro neo-popolare che riscopre i vernacoli locali. Richiamando Pasolini, Cosentino non esita a dichiararsi un prodotto della mutazione antropologica tardo-novecentesca, denunciando quindi il carattere fittizio e surrettizio di questo preteso “recupero della tradizione”. Nel frullatone dello spettacolo entrano, quindi, con nonchalance battute sul suo privato, anche sessuale, sulle sue peripezie quotidiane, e se da una parte si mette a cullare una carrozzina alludendo con tenerezza alla figlioletta appena nata, dall’altra parte tira fuori una statuina del defunto papa Wojtyla con cui intesse un surreale e caustico dialogo sui fasti e nefasti giubilari. Riaggancia, poi ancora, il Pasolini che disserta teoricamente sul cinema, sull’arte del montaggio, sul piano-sequenza come metafora del rapporto tra la vita e la morte: il tutto combinato e ibridato con i frammenti di una soap-opera ospitata a casa sua. Spezzoni di racconto, sempre straniati, interrotti e poi rilanciati, alternando in modi esilaranti le varie voci del set (…). Manipolando bambolotti e Barbie, cappelli e parrucche, mezzi abiti, giocattoli, ciaffi e povere cianfrusaglie, Cosentino impassibile come un novello Buster Keaton monta, così, un derisorio presepe televisivo sub-romanesco, svergognato senza pietà in tutti i suoi bassi trucchi, le sue ignobili cialtronaggini, le sue ciniche trovate da volgarissimi mestieranti. La singolare bravura attorale di Cosentino risiede nel fatto che, burlandosi in apparenza semplicemente delle sciocchezze della tivù-spazzatura odierna, riesce poi in sostanza a far filtrare riflessioni e pensieri importanti, sottili, non banali, talora quasi filosofici sul senso dell’esistenza, del successo sociale, dell’andare a morire. Meta-comico di sicura grana critico-intellettuale, Cosentino mi sembra un modello di ‘attore-agente di cultura’, giusto come auspicava Pasolini quasi 40 anni fa nel famoso Manifesto per un nuovo teatro.    
Marco Palladini  Le reti di Dedalus

Il teatro è in un recinto e si rivolge ai compagni di recinto. Questo avviene nel teatro tutto, non solo in quello cosiddetto "di Ricerca", avviene nel mondo degli stabili, dell'Opera, etc. Il Teatro di Ricerca, al limite, ha un problema in più: il suo recinto è dei più piccoli. Andrea Cosentino è una bomba contrabbandata all'interno di questo recinto. (…) Il teatro di Andrea Cosentino nasce, ma non si rassegna a morire, all'interno del Teatro di Ricerca, conservandone le caratteristiche di fondo e riuscendo a non essere, pur utilizzandone con disinvoltura i più triti materiali e cliché, né "nazionalpopolare" né "televisivo". Cosentino è così in grado, anche grazie al suo talento comico, di raggiungere un pubblico traversale, finalmente non elitario ma comunque non generalista: una comunità di spettatori medi e medio-alti, "intelligenti" senza essere teatranti (…) La sua comicità non è una maschera, costruita per dissimulare qualcosa di più elevato che le stia alle spalle; non c'è maschera e non c'è volto nascosto, quello che vediamo è proprio il volto di Andrea Cosentino, che è un impasto seducente di ciò che di vero e di falso, di basso ed elevato, di tragico e ridicolo rappresenta per noi la sua esperienza individuale, contraddittoria, irripetibile. (…) Attraverso piccoli frammenti di storie, quello che Cosentino finisce per raccontarci è proprio la sua mancanza di una storia, anche privata, il suo spaesamento, forse generazionale. Va bene la denuncia, la memoria, il teatro civile e la controinformazione ma non va dimenticato che siamo il sottoprodotto di una televisione quotidianamente sorbita dall'infanzia: "Siamo tutti figli di Maria Giovanna Elmi", come dice egli stesso in una battuta di Angelica. Dunque che storie possiamo avere da raccontare che non siano imparentate con la falsità, la demagogia, Mediaset, la disonestà? Ma a questo punto bisogna parlare un po'di Angelica. Angelica è uno spettacolo senza storia, o meglio composto di lacerti di storie, cuciti tra loro con casualità solo apparente. Tutto è scoperto, nudo, drammaturgicamente ma anche scenicamente: un piazzato bianco, pochi oggetti (una carrozzella, una parrucca gialla, lo scheletro di un televisore...), nessuna scenografia, neanche minima. (…) Di fronte a noi, con effetto insieme di coinvolgimento e straniamento, c'è sia lo spettacolo sia il suo making of, comprensivo di "note di regia" dal vivo. Cosentino ci anticipa tutto, ci racconta la genesi del lavoro, i meccanismi su cui lo ha costruito, gli spunti pasoliniani dai quali è partito (il breve saggio sul montaggio cinematografico in Empirismo Eretico), ci avverte perfino che stiamo per arrivare al finale ("Ora sto per fare il finale", dice). Ciò nonostante riesce lo stesso a sorprenderci e, soprattutto, a divertirci anche quando non riesce a sorprenderci. Cosentino è davvero "qui e ora", come da dichiarazioni programmatiche. "Qui e ora" in nostra compagnia, nella sala del camino del Castello Pasquini, ma specialmente è "qui e ora" nel tempo presente: ci parla di qualcosa che ha a che fare con la nostra vita, che è essenziale come scendere a comprare il latte a bar sotto l'angolo (…) Questo è un lavoro che parla direttamente della morte, e lo fa "raccontando" la storia di Angelica, attricetta di fiction condannata a recitare infinite volte il suo decesso davanti a una troupe televisiva, impudicamente accostata all'evento della passione e morte e post mortem del padre per antonomasia: Papa Giovanni Paolo II (che è presente anche in scena, in forma di pupazzo costruito dallo stesso Cosentino). Lo spettacolo sembrerebbe in effetti istituire , o disvelare, una somiglianza sin troppo inquietante tra la morte fittizia dell'attricetta Angelica, e la morte reale ma altrettanto televisiva e fittizia di Papa Wojtila. La morte indagata attraverso la spettacolarizzazione che ne fa la televisione. Ma lo spettacolo, per contrasto, è anche uno spettacolo sulla paternità, dunque sulla nascita alla vita, sul passaggio dalla morte alla vita: Cosentino entra in scena spingendo una carrozzella, dalla quale spunterà poco dopo il Papa/pupazzo, bimbo in culla appena nato che dovrà morire nuovamente "in diretta", nella scena finale, facendo un ultimo capolino dal quadrato di uno schermo televisivo senza televisione, un'ossatura vuota di televisore e un pupazzo che muore.
Daniele Timpano  amnesiA Vivace

Andrea Cosentino dopo “Andromaca” e “L’Asino Albino” ci consegna la sua prova più matura in “Angelica”, riflessione dolceamara sulla morte nella società contemporanea che la televisione spettacolarizza ma che ognuno di noi vive poi indifeso alla propria maniera. Il racconto di Cosentino, come il ricordo della vita passata, si spezza di continuo, entra in personaggi immaginati e reali, ci consegna elaborazioni intellettuali sulla concezione del tempo, si misura con gli eroi della televisione demistificandola con un uso irriverente di oggetti e pupazzi.
Tutto ciò diventa il pretesto per l’attore/autore per parlare del nostro tempo in modo intelligente e con un uso dei propri mezzi interpretativi che diventano ogni volta più coerenti e personali.
Mario Bianchi  Eolo

Tutta la pièce è costruita su un grande continuo “montaggio parallelo”, e d’altronde i riferimenti al cinema sono molti. Tutti i filoni si ricongiungono: quello di una fiction tv girata a casa di un’anziana abruzzese abitante a Roma; quello delle citazioni da Pasolini; quello delle citazioni, degli aneddoti, dei “tranci di vita”, dice lui. Cosentino è attore multiforme, parlatore infaticabile dalla mimica sorprendente. Chiude con Domenico Modugno che attacca (…) “Cosa sono le nuvole”, su testo di Pasolini, dalla colonna sonora del film omonimo. Altro omaggio al regista (nel trentennale della morte) che vedeva il “presente” come un “pianosequenza”. Il montaggio poi prende dei pezzi qua e là e costruisce, al passato, una storia. Così vediamo Angelica, presunta star di una fiction con 30% di share in prima serata, nei panni di Anna, prostituta redenta che sta per sposarsi con Marco. Non ci riesce: viene uccisa dall’ex amante e protettore Alfredo. Ma è una Anna che non muore mai a figura intera, solo in dettagli, mostrati tramite la nuda cornice di una vecchia tv sostenuta da un trespolo: il vestito che si scuote, una mano floscia, una gamba finta che si agita, poi la parrucca bionda, che copriva la chioma nera di Cosentino, cade a terra. (…) E ancora una volta non sai se ridere o piangere. E nel dubbio… applaudi.
Simone Tonelli  Giornale di Brescia

Parlare di tutto, per parlare di morte. Una morte smitizzata, che assume un che di leggerezza, raccontata a parole e mimica che si susseguono senza sosta grazie all’abilità verbale e gestuale insieme di Andrea Cosentino (…) Grazie a un’indubbia capacità trasformistica, egli costruisce uno spettacolo dagli innumerevoli tasselli apparentemente disconnessi, ma in realtà ben incastrati l’uno sull’altro. Cosentino parte in un modo, con un pretesto, poi il suo discorso divaga e, prendendo a prestito una parola, una sensazione, un ricordo, cambia direzione, sviluppa un altro contenuto, elabora nuovi linguaggi, li sovrappone, li intreccia. Lo stesso accade per i tanti personaggi che paiono germinare l’uno dall’altro. Due per tutti: la vecchietta di campagna e l’aspirante attricetta protagonista di una fiction televisiva e vero motore, per così dire, del discorso sulla morte. Eppure, l’argomento principale, che tale si rivela solo a metà racconto, si nutre di contenuti e rimandi incessanti che chiamano in causa Dario Fo (in un’esilarante imitazione che vede il premio Nobel esprimersi in grammelot, ma anche in romanesco, in francese), si soffermano su Pier Paolo Pasolini e il suo modo di far cinema, si aprono e chiudono sull’immagine di un papa Woitjla descritto in modo grottesco.
I diversi spunti, le persone evocate hanno come filo conduttore la preparazione di una fiction televisiva dove aleggia, appunto, l’ombra della morte. Ed ecco allora che il Cosentino affabulatore leggiadro, l’ironico-comico raccontatore, lascia spazio alla vena più propria dell’attore che, parrucca femminile in testa, si trasforma per pochi secondi nell’Angelica del titolo per poi tornare a dar spazio agli altri innumerevoli ruoli, parlate, atteggiamenti, che costituiscono il canovaccio del monologo. (…) In una scenografia minimalista - un frigo, uno schermo (vuoto) di televisione, un abito da sposa a terra - il racconto procede per strappi, a singhiozzo, passando attraverso continui cambi di fronte, da una voce all’altra, mantenendo però sempre un’indiscutibile energia e regalando attimi di puro divertimento ma anche occasioni di riflessione.. E così si può ridere di fronte a una situazione "falsa" eppure assolutamente reale.
Betty Zanotelli   L’Arena di Verona

Angelica è, in superficie, un “lavoro sulla morte”, come dichiara il regista-attore Andrea Cosentino: la storia di un’attrice di uno sceneggiato televisivo girato in un quartiere popolare romano, che recita la parte di un’amante uccisa per gelosia. La scena non riesce, e lei deve riprovare in continuazione, su indicazione del regista, dalla mattina a mezzanotte, la scena della morte, esaurendo la pazienza di tutta la troupe che l’accompagna. Con padronanza e ironia Cosentino (…) assume tutte le parti del suo monologo: l’attrice che recita Angelica, la sua stessa parentela e quant’altro. Ma in realtà lo spettacolo si sofferma su altri temi: la trasformazione della realtà mediante la sua ri-produzione nel teatro, e in genere sulla scena. La morte è paradigma di questa operazione, perché è il momento e l’atto di un’intera vita che riesca a riassumere quella stessa vita in un attimo. (…) molte trovate comiche la infarciscono e in particolare la riflessione ironica e divertente sull’uso che della morte viene fatto proprio dai media preposti alla narrazione (in particolare la televisione): lo rende evidente il fenomeno mediatico della morte di Giovanni Paolo II, reso protagonista e insieme oggetto di analisi di alcune scene dello spettacolo. Il papa viene trasformato, piuttosto irriverentemente si direbbe, in una maschera kabuki (…) Un senso di assurdo (…) permea una buona parte dello spettacolo ed è stato nel teatro del Castello la causa prima delle esilaranti reazioni del pubblico. L’autore dimostra, così, ancora una volta una padronanza anche di mezzi minori rispetto a quello della recitazione e della scrittura del testo. Gli oggetti di scena assumono un valore di installazione pop, così in questo caso, come in altri momenti; per esempio con la ridicola parrucca bionda con la quale Cosentino assume l’identità dell’attrice/Angelica, la barbie che a momenti la impersona, o lo sdrucito vestito di nozze con il quale la protagonista si avvia alla morte. Tutti questi oggetti si rivelano tra l’altro profondamente estranei al mondo e alla funzione del teatro tradizionale e insieme dell’entertainment in tutte le sue salse, di cui Cosentino programmaticamente, e senza dubbio con questo spettacolo, si fa gioco.
Paolo Sanvito  Closeup

Angelica non riesce a morire tutto d’un fiato, occorre montare la scena e in questo Cosentino è straordinario: lo scheletro di uno schermo televisivo e il suo faccione in primo piano, poi una Barbie con la stessa acconciatura platino in piano americano, poi di nuovo un dettaglio del volto e così fino alla morte. Non si tratta della ormai abusata contaminazione tra teatro e cinema, perché qui non ci sono video: geniale è la fusione di tecnica cinematografica all’interno dello spazio teatrale come se si trattasse di un cartone animato costruito artigianalmente al momento.
Claudia Cannella  Primafila

C’erano una carrozzina, la cornice vuota di quello che era un televisore, un frigo che cela parrucche, Barbie e Ken, un vestito da sposa. Una sedia. E Andrea Cosentino, solo. Anzi, no. Zapping. L’idea di primo acchito che si ha è quella dello zapping. (…) Personaggi si susseguono sulla scena, ognuno con caratteristiche e storie diverse, espressioni che si rincorrono sul palco. Il Papa, la vecchina, il bambino, Angelica. La soap è rappresentata in maniera davvero piacevole, usando primi piani, piani interi, cambi di scena. E questo con monologhi, bambole, oggetti. Angelica che non riesce a morire, ci prova da mezzogiorno fino a mezzanotte, nel frattempo pensa alla morte, a quando è morto suo nonno e alle borse che ha sotto agli occhi. (…) L’intersecarsi di storie, raccontate dalla grande maestria di narratore di Cosentino, ci ha portato ad avere tante piccole visioni, non correlate fra loro che, se unite insieme, potrebbero comporre la storia di una vita kafkiana. Guardare Angelica è stato come stare seduti in poltrona a guardare la tv, cambiando canale dopo qualche minuto, girando e scorrendo tra le varie storie che la televisione – ma anche la vita quotidiana - ci propone. Con una conclusione curiosamente interessante. Sul lungo pianosequenza che è la nostra vita, è il regista che seleziona, taglia e monta le scene più interessanti, creando così la narrazione di una storia. Che comunque è passato, non più presente. E che comunque sono solo pezzi di storia: ci vorrebbe una vita intera per vedere un film su una vita intera. Cosentino si insedia tra i tagli, nei piccoli spazi del montaggio di quello che in futuro sarà un film sul passato, cercando di catturare il presente.
Annalisa Cameli  WhipArt

Il realismo si copia, ma la realtà si produce”. La poetica di Andrea Cosentino è espressa da queste parole, tratte dal testo di Angelica, con una straordinaria efficacia: la realtà riprodotta è di per sé stessa mistificazione, è ricerca di senso oltre il senso intimo, senso tradotto potrei dire, è il tentativo di far coesistere atto e potenza, nel momento in cui il pensiero si fa azione, la realtà si vivifica a del tutto nuova esistenza; il realismo ne è la reiterazione sbiadita, realtà senza spessore espressivo, sagoma senza rilievo non tangibile, piatta alla percezione. La realtà si produce perché l’immagine ne ripete i canoni e ne crea una nuova, allora forse accettarla è il primo passo per poter dire qualcosa in più, potersi spingere a svelare i cardini della rappresentazione e rinnovarne significato: è così che nasce Angelica, dal potere dell’immagine e dal legame che ha con la morte. Ricordo qualche corso di antropologia culturale in cui si raccontava di indigeni amazzoni atterriti dalla fotografia, il concetto di riproduzione entrava nel loro animismo con una potenza eccessiva: l’immagine ricrea, produce nuova realtà, provoca un cortocircuito frastornante perché supera i limiti del significato, si può ad esempio morire più volte, come capita ad Angelica protagonista della telenovela culto, muore dalla mattina alla sera in casa di una vecchietta, affittata dalla produzione, vecchietta che sarà prima spettatrice della realtà – ossia la regia di un film – poi spettatrice della sua rappresentazione – la novela già montata e confezionata vista dallo schermo della stessa sua casa. Pier Paolo Pasolini alla cui morte è dedicato questo spettacolo, nelle sue Osservazioni sul piano sequenza in Empirismo eretico, sostiene che “la morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita” allo stesso modo di come il montaggio interviene sul materiale cinematografico; in questa maniera la comunanza dei due mezzi, ad operare sul materiale vivo e vivente, è decisiva: laddove il cut di entrambi compie un atto sempre violento di sintesi, paradossalmente si sta creando nuova vita, nuovo senso, perché se in sala di montaggio si avrà la versione sgrossata e addomestica della materia, per una migliore comprensione, ossia il film, allo stesso modo la morte netta la sequenzialità umana di ciò che all’apparire è superfluo, dà il conto e la misura, di una intera vita. Il senso della morte in Pasolini, dunque, si svolgeva lungo questa linea segmentata: ogni stacco una cesura, ogni cesura una morte. Si può morire più volte, allora, come Angelica, come tutti. Questo spettacolo è del 2005. La sua costruzione ha avuto un rapporto con la morte più intimo che in altri tempi: così vivo il ricordo dello Tsunami in Indonesia, onda anomala che da quel momento ha preso lettera maiuscola. Ho provato a rivedere i video, oggi, al ricordo stimolato da Cosentino, la ragazzina accanto alla madre e l’onda che travolge, la famiglia che realizza che “non c’è tempo di fare un video” e bisogna scappare sulle colline, dichiarando dell’immagine l’incapacità a raggiungere la vita reale, l’uomo in bilico a fare foto in mezzo a un piccolo atollo che sta per essere risucchiato, l’ultimo, che si chiama «l’uomo che ha filmato lo tsunami», ed è il ricordo sugli stessi luoghi di quel ragazzo che ha fermato la storia, perché io ne tragga un racconto. Insieme a questo un inspiegabile senso di esaltazione, di esistenza compresente, un conturbante strano sentimento di essere nell’incandescente accadere di mondo, adrenalina e decadenza, ovverosia, il senso della morte. La devastazione dell’onda, il dolore disumano e insieme umano, finiti negli interstizi dell’immagine, nel taglio di montaggio.
Simone Nebbia Teatro e Critica

Cosentino si diverte un mondo a decostruire, davanti agli occhi dei divertiti spettatori, il carrozzone artefatto della fiction televisiva, grado zero dell’intrattenimento massmediatico (…) e tutto il bailamme di attricette piacenti e registi frustrati che gli sta attorno, così tutti i luoghi comuni più triti e ritriti vengono messi in bocca agli esilaranti protagonisti di quella che, a ben vedere, potrebbe essere definita “la madre di tutte le fiction”. Ma, come spesso accade nel teatro dell’affabulatore Cosentino, anche stavolta il racconto principale si dilata e si frantuma, stratificandosi in una serie di livelli che contengono riflessioni teoriche sulla diegesi, sul senso della morte (e della vita), considerazioni sulla natura costitutiva del teatro, della televisione e del cinema, motivi autobiografici che si affacciano qui e là, squarci metateatrali e continui richiami stranianti che destano l’attenzione dello spettatore risucchiandolo nel turbine non-narrativo. Particolarmente significativa la riflessione pasoliniana sulla natura del montaggio cinematografico e sul suo essere produttore di senso, ed esilarante la sua dimostrazione pratica nel climax della telenovela con la geniale messa in scena di un incidente d’auto. Un teatro che parla al cuore ed al cervello del pubblico, uno spettacolo denso e stratificato, da vedere e da rivedere per coglierne tutte le sfumature, per apprezzarne la notevole complessità sotto la più immediata superficie comica. (…) Teatro della parola e della maschera (la parrucca di Angelica, metafora parodistica delle larvae di antica memoria), del tempo e del gesto, dove commedia e dramma si fondono in un unicum che riproduce alla perfezione quello spettacolo tragicomico che è la vita umana.
Valentina D’Amico  inequilibrio 05 giornale del festival

Una sottile e grottesca critica alla moderna evoluzione della società dello spettacolo, ma anche una poetica e nostalgica citazione delle borgate pasoliniane si cela in questa storia scritta e interpretata da Andrea Cosentino. Il giovane abruzzese, abilissimo trasformista dalla comicità studiata e mai volgare, che si muove nella scena vuota utilizzando solo alcuni oggetti per caratterizzare i suoi personaggi e ricreare il setting delle loro vicende (…) Il Cosentino narratore dona la sua identità ai suoi personaggi per poi riemergere, come un regista cinematografico, ad operare un montaggio tra le gag apparentemente disgiunte. E tra un nesso e l’altro ruba delle pause di narrazione per aprire brevi, illuminate e sarcastiche riflessioni sulla società contemporanea, spesso vittima della stessa mitopoiesi che la cultura televisiva promuove. Smaschera le contraddizioni, le raccomandazioni, i vizi, la triste realtà dei finanziamenti pubblicitari, e la proiezione della produzione televisiva di bassa qualità sui pettegolezzi delle spettatrici meno indaffarate, che vivono un surrogato di vita in formato telenovela. Impossibile non leggere tra le righe un’amara riflessione sul luogo metafisico del cinema come morte, eco di studi benjaminiani e pirandelliani. (…) Un invito a vivere davvero il presente “qui ed ora. Comunque”. Prima che la morte vera non spenga le luci sul set. E Giovanni Paolo II burattino, icona inconsapevole e immagine poetica della vita che volge alla morte, benedice tutti dallo schermo del televisore.
Ida Casilli  L’ideale

Che ci fa la televisione in un teatro? Spogliato persino delle sue quinte, per uno spettacolo che non prevede cambi di scena né entrate e uscite, sostenuto per la durata di un’ora dal bravo, unico attore in scena, il palco appare nudo, surreale, da battaglia. La televisione è qui il contorno di uno schermo dal quale far partire numerose riflessioni esplicitate in scena, parlate e agite, sulla produzione, la fine del teatro schiacciato dall’esigenza di una trama (che guarda caso ossessiona la tv), sui dietro le quinte della realizzazione di una soap opera e sulla bassezza del suo linguaggio filmico: “Si tratta innanzitutto di mimare con la povertà di mezzi scenici la povertà di un linguaggio. Farsi doppio parodico del linguaggio standardizzato del racconto televisivo” dice Andrea Cosentino, cosa che Adorno per primo sostenne nel 1953. (…) uno spettacolo divertente, intelligente, graffiante, stimolante e pieno di verità.
Alessandra Salvatori  Frameonline




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